Sì, va bene. Un computer assemblato per giocare regge Lightroom, Photoshop e il montaggio video. Nella maggior parte dei casi li regge senza fatica. Gli mancano due cose: lo spazio su disco e un monitor che si possa tarare sul serio. È la risposta che diamo al banco ed è quella che ci conviene meno, perché chi la sente non compra una workstation nuova.
Le due cose che mancano sono il disco e il monitor
Il processore e la scheda video di una macchina da gaming di fascia media sono abbondanti per lo sviluppo dei RAW e adeguati al fotoritocco. Chi l’ha comprata per giocare ha già pagato la parte costosa. Il problema arriva dopo, su due voci che nel gaming non contano niente.
La prima è lo spazio. Un servizio fotografico in RAW occupa decine di gigabyte, il file di lavoro di Photoshop cresce a ogni livello e il video moltiplica tutto. Un SSD da 1 TB, che nel gaming basta, in post-produzione si riempie in pochi mesi. Quando si riempie il computer rallenta proprio nel momento in cui serve veloce, cioè durante l’esportazione.
La seconda è il monitor. Un pannello da gaming è progettato per la frequenza di aggiornamento e per il tempo di risposta, non per la fedeltà del colore. Anche quando dichiara una copertura ampia dello spazio colore di norma non ha la calibrazione hardware, cioè la possibilità di scrivere la correzione misurata dalla sonda dentro il monitor stesso invece di affidarla alla scheda video. La soglia che usiamo come discriminante è una copertura di almeno il 99 per cento dello spazio Adobe RGB più il termocolorimetro dedicato a quel monitor. Sotto quella soglia il colore che vedete non è il colore reale.
Su queste due voci vale la pena spendere. Sul resto, se la macchina c’è già, no.
Cosa monta davvero la workstation che usa lago Corazza
La configurazione con cui Iago Corazza lavora, non quella che gli proporremmo a catalogo:
- processore Intel i9
- 64 GB di RAM DDR5
- scheda video Nvidia con 12 GB di memoria dedicata
- SSD m2 da 1 TB per il sistema operativo e i programmi
- SSD m2 da 2 TB usato solo come disco di scambio, 7 GB al secondo in lettura e 6 in scrittura
- hard disk da 8 TB per l’archivio
Il dettaglio che conta non è la somma dei componenti. È la divisione dei compiti fra i tre supporti di memoria: il sistema su un disco, il lavoro in corso su un secondo disco velocissimo che non contiene nient’altro, l’archivio su un terzo disco lento e capiente. Chi lavora su un disco solo, per quanto veloce, fa leggere e scrivere allo stesso supporto il file sorgente, la cache del programma e il file di destinazione. È lì che si perde tempo, non nel processore.
Nella pratica questo significa che su un PC da gaming la prima spesa utile non è cambiare la scheda video. È aggiungere un secondo SSD.
Quattro monitor, un compito per ciascuno
La postazione monta quattro schermi e ognuno fa una cosa sola. Un Eizo CG2700X con calibratore integrato, che è l’unico su cui si guarda il colore. Due monitor da 24 pollici in orizzontale, che tengono aperte le cartelle e la navigazione dei file. Uno verticale, per il testo.
Il monitor di riferimento è uno solo. Gli altri tre esistono per togliergli roba davanti: se le cartelle, i pannelli e le anteprime stanno altrove, lo schermo calibrato resta libero per l’immagine. È un modo di ragionare che vediamo raramente nelle postazioni che visitiamo, dove i monitor sono due o tre ma tutti equivalenti e tutti mezzi coperti di finestre.
Il logo che il cliente contestava: il monitor sbagliato era il suo
Un cliente contesta il colore di un logo stampato. Insiste, quel colore non è il suo. Il tecnico porta il proprio monitor nella sede del cliente, lo calibra davanti a lui, apre il file. Il colore era corretto.
Il monitor del cliente non era tarabile e fino a quel momento i loghi erano stati corretti a mano per compensare uno scostamento che stava nello schermo, non nel file. Ogni stampa precedente portava dentro quella correzione, applicata per far tornare il colore su un monitor che mostrava una cosa diversa da quella che c’era.
È il motivo per cui insistiamo sulla calibrazione prima che sulla potenza. Un file sbagliato si riapre, un archivio corretto per compensare un monitor sbagliato va rifatto tutto.
16 GB è il minimo, 64 GB è il lavoro
Sedici gigabyte di RAM sono la soglia sotto la quale non si scende. Bastano per sviluppare fotografie e per un fotoritocco con pochi livelli. Sessantaquattro sono la quantità che si trova nelle macchine di chi ci lavora tutti i giorni.
In mezzo c’è la fascia da 32 GB, che copre bene la fotografia e inizia a stare stretta sul video. Il salto a 64 GB non serve a far andare più veloce una singola operazione. Serve a tenere aperti insieme il programma di sviluppo, quello di fotoritocco e il browser con la posta senza che il sistema cominci a scrivere sul disco quello che non gli sta in memoria.
Lo stesso monitor Eizo a metà prezzo su internet: cosa manca
I prezzi dei monitor Eizo li fa Eizo Italia, non li facciamo noi. Ci è capitato che un cliente trovasse online lo stesso modello a una cifra molto più bassa della nostra. La spiegazione è sempre la stessa: sono monitor acquistati fuori dall’Italia o fuori dall’Europa, quindi senza IVA. Rivenderli qui non è possibile perché il prezzo di mercato è un altro e soprattutto non portano con sé il pacchetto di garanzia previsto per i prodotti distribuiti da Eizo Italia.
Su un monitor da colore la garanzia non è una formalità. È la copertura di un pannello che deve restare stabile da cinque a sette anni e che, se deriva, vi fa sbagliare tutto quello che gli passa davanti.
Quello su cui lavoriamo noi, su questi prodotti, non è il prezzo del monitor. È l’installazione hardware e software più la formazione sull’uso del calibratore, che è lo strumento che quasi nessuno usa con la frequenza giusta dopo il primo mese.
Cosa proviamo su una macchina prima di chiamarla School
Prima che una configurazione entri nella linea Iago Corazza School passa due prove. La prima è l’applicazione dei filtri: devono essere istantanei, senza scatti, sui file di lavoro reali e non su un’immagine campione. La seconda dura ventiquattro ore: la macchina resta accesa sotto carico e non deve raggiungere le temperature limite.
La seconda prova è quella che boccia di più. Una configurazione può essere velocissima all’inizio e rallentare a metà del lavoro, quando il processore inizia a ridurre la frequenza per non scaldare. Chi esporta un video di un’ora se ne accorge, chi fa un benchmark no.
Il controllo che potete fare stasera
Due verifiche, senza comprare niente.
- aprite la stessa immagine sul vostro monitor e sul telefono, uno accanto all’altro. Se i due arancioni sono diversi almeno uno dei due sta mentendo: quello che conta è capire quale
- guardate quanto spazio libero resta sul disco dove tenete i file di lavoro. Un disco quasi pieno lo state già pagando in tempo di esportazione
Se le due risposte vi dicono che il problema è il monitor e non il computer, la spesa da fare è un monitor, non una workstation.
